Nel mese di febbraio 2009 presso i locali del Centro Lama Michel ha trasmesso questo testo elaborato nel passato da Gheshe Chekawa Yeshe Dorje, grande maestro buddista della tradizione Kadampa, sulla base di un commentario degli insegnamenti di Lo jong (uno dei cardini della pratica del buddhismo tibetano) dato in Tibet dal grande maestro indiano Atisha intorno all’undicesimo secolo d.C., secondo la tradizione del suo grande maestro Serlingpa (Dharmarakshita in tibetano), che fu un rinomato maestro indonesiano che compose un importante testo Mahayana chiamato «La ruota delle armi taglienti».
La parola tibetana lo jong letteralmente significa «allenamento della mente» e consiste in una meditazione su sette argomenti, il cui fine è modificare in modo radicale le proprie abitudini mentali e il proprio atteggiamento verso la vita, permettendo così di scoprire la fonte di felicità, indipendente dagli eventi esterni, che è in ogni persona.

Sebbene esistano diversi modi di spiegare l’insegnamento dell’addestramento mentale in sette punti (blo sbyong don bdun ma – in tibetano), in accordo al Grande Veicolo Mahayana, Ghesce Chekawa formulò la seguente tradizione dottrinale chiamata «dei sette punti»:
1. Insegnare i preliminari da cui questo dharma dipende;
2. addestrarsi nella bodhicitta;
3. trasformare le circostanze avverse in un sentiero per l’illuminazione;
4. insegnare una pratica da applicare per tutta la vita;
5. insegnare i criteri per comprendere se si è trasformata la mente;
6. assumere gli impegni della pratica dell’addestramento mentale;
7. dare i consigli per la pratica dell’addestramento mentale.

Con questi consigli Gheshe Chekawa Yeshe Dorjei volle ricordare a tutti i discepoli che per avanzare nel cammino spirituale, è necessario far decadere i modelli abituali di comportamento e le abitudini, piantare i semi della pietà e consolidare il relativo sviluppo della bodhicitta. Per fare ciò è essenziale la pratica della pazienza, l’aspirazione, la percezione della vacuità, la compassione, la benevolenza e il gioire dei propri e altrui meriti.
In questi insegnamenti è anche compresa la pratica del «prendere e dare» (gtong.len in tibetano), una tecnica specifica per creare mentalmente uno scambio della propria esperienza con quella degli altri, un semplice metodo che piano piano trasporta questa intenzione in tutte le funzioni della propria vita.
Seguire questo addestramento, è detto nei testi, equivale a sfregare insieme due bastoni per accendere il fuoco: un bastone corrisponde alle prospettive e alla disciplina dell’addestramento mentale, l’altro corrisponde alle proiezioni e alla dinamica delle abitudini. La pratica genererà l’attrito necessario affinché si produca la combustione.
Egli concluse questo testo affermando che, dopo aver sopportato dolori, insulti e critiche a causa dei suoi molti desideri, ricevette le istruzioni e ben addestrò la mente per mezzo di questo insegnamento. Solo a questo punto, se anche fosse morto, non avrebbe avuto alcun rimpianto.