Pratityasamutpada – I dodici anelli della coproduzione condizionata dei fenomeni.
Gli insegnamenti sui “dodici anelli dell’esistenza ciclica” furono divulgati verbalmente da Gautama Buddha nel VI secolo a.C. e, impressi indelebilmente nella mente dei primi discepoli, giunsero alle generazioni successive tramite un lignaggio ininterrotto di Maestri.
In un periodo seguente i monaci buddisti trasposero in scrittura i discorsi di Dharma (Sutra, in sanscrito) del Buddha storico e in questo modo è pervenuto, insieme a molti altri preziosi testi, l’eccelso Pratityasamutpada Sutra che racchiude un segmento essenziale per la comprensione della filosofia buddista. Il Sutra incorpora e approfondisce il fulcro della dottrina del Buddha: le quattro Nobili Verità sulla sofferenza, con riferimento particolare alla seconda Nobile Verità (il sorgere della sofferenza dipende da cause e da condizioni).
Il termine sanscrito Pratityasamutpada indica letteralmente un “sorgere in relazione a”: ogni fenomeno non possiede una natura “propria”, nel senso che il suo manifestarsi è il risultato di una produzione ricorrente di coefficienti che a loro volta sono l’oggetto di altre concause e così via, in un processo di connessione circolare (anelli) ma anche trasversale, senza un principio e, in condizioni ordinarie, senza un termine. Il Buddha, dopo aver ottenuto il completo sviluppo del proprio potenziale psicofisico (Illuminazione), trasmise questi insegnamenti per stimolare i discepoli alla conoscenza del funzionamento della mente, al fine di interrompere la sequenza dei dodici anelli e di troncare la catena della sofferenza.

Il primo anello citato nel Sutra è proprio quello dell’ignoranza (sanscrito: avidyā) che permea altresì tutti gli altri anelli della “catena”. L’ignoranza, intesa come non conoscenza del “modo d’essere” ultimo e profondo di ogni fenomeno, è suddivisa in molte tipologie: ignoranza del passato e del futuro, interiore ed esteriore, della legge del karma, dei Tre Gioielli, delle Quattro Nobili Verità, dell’Ottuplice Sentiero, del funzionamento della mente, eccetera. La genesi interdipendente si articola nei successivi nidana (sanscrito: fattori, cause):

2. Saṃskāra (sanscrito): le predisposizioni o formazioni karmiche. Si tratta di latenze dinamiche, schemi ideo-motori che inducono gli individui a compiere azioni specifiche subordinate a propensioni inconsce.

3. Vijñāna (sanscrito): la coscienza. È il fenomeno mentale che sperimenta ciò che viene visto, udito, odorato, gustato e toccato. Significa “coscienza di”, comprende la consapevolezza delle sensazioni e l’attività mentale.

4. Nāma-Rūpa (sanscrito e pali): il nome e la forma. Si intende l’individualità psicofisica formata dagli aggregati immateriali e dalla materia.

5. Saḍāyatana (sanscrito): le sei basi sensoriali interne anche dette le sei “entrate” o “porte”. Sono i cinque sensi collegati con gli organi fisici: occhi, orecchie, naso, lingua, corpo; l’ultima è la mente, qui intesa come base sensoriale in quanto coordinatrice delle altre.

6. Sparsha (sanscrito): il contatto. Sorge dalla connessione (anche detta “unione”) tra le basi interne della percezione e gli oggetti esterni correlati: le coscienze dei cinque sensi più la sesta, la mente, che si rapporta con il pensiero.

7. Vedanā (sanscrito): la sensazione. L’esperienza soggettiva che deriva dal contatto e che può essere piacevole, spiacevole o, più raramente, neutra.

8. Trisna (sanscrito): la brama o “sete”. Il desiderio di piaceri sensuali, di oggetti materiali e di beni immateriali, per esempio il desiderio di dominio su altri esseri, di onori, successo, eccetera; quando dal contatto con l’ambiente circostante o anche con i propri pensieri, è sorta una sensazione piacevole, scaturisce anche la volontà di ripetere l’esperienza.

9. Upādāna (sanscrito e pali): l’attaccamento, l’afferrarsi, l’ appropriazione. Si intende il senso di appartenenza dell’oggetto del desiderio, il non voler esserne separati e il non sapervi rinunciare: da qui si sviluppa il concetto di “mio” e quindi di un “io” sostanziato, permanente e indipendente dagli altri fenomeni.

10. Bhava (sanscrito e pali): il divenire, l’esistenza. Provocate dalla continuità dei quattro anelli precedenti, le propensioni karmiche, o karma potenziale, si strutturano in azioni, situazioni, eventi. Questo anello è definito anche come del “karma concretizzato”.

11. Jāti (sanscrito e pali): la nascita La nascita, cioè l’apparire di un essere in una delle sei sfere di esistenza, è effetto consequenziale al divenire ma strettamente connesso a tutti gli anelli, è il “frutto” da cui deriveranno immancabilmente i “semi” dell’intero processo di “coltivazione” della sofferenza.

12. Jarāmarana (sanscrito): la vecchiaia e la morte. Si tratta del declino in cui forzatamente incorrono tutti gli esseri in seguito al concepimento. La morte, intesa come il “venire meno” di un essere alla percezione dei sensi dei suoi simili, ha tre caratteristiche: la sua inevitabilità, l’incertezza del momento in cui accadrà e il fatto che dovremo affrontarla in completa solitudine, senza poter usufruire del soccorso di altre persone o di vantaggi materiali ottenuti nel corso dell’esistenza.

Giunti al “giro di boa” il circuito si chiude, idealmente, reiterando il primo anello dell’ignoranza e, da qui, ha nuovamente inizio il ciclo che genera la sofferenza. Alcune relazioni risultano evidenti, altre sono invece, molto più sottili; il complesso degli insegnamenti contenuti nel Pratityasamutpada Sutra è talmente vasto che, in questa sede, non si può che offrirne un accenno. L’accento si colloca principalmente sulla comprensione (conoscenza esperita) delle leggi universali relative a tutti i fenomeni: l’impermanenza (continua trasformazione); l’interdipendenza; la legge di concatenazione tra causa ed effetto. In sintesi la tendenza abituale è di riferire la propria sofferenza a fenomeni esterni da noi, senza capire che è la mente a suscitare sofferenza ed estasi. L’insegnamento sui dodici anelli, che deve essere interiorizzato ed esperito con la pratica quotidiana, può aiutarci a vivere meglio, rendendoci consapevoli della connessione di causa ed effetto in relazione alle nostre azioni di corpo, parola e mente. Inoltre, sviluppando saggezza, possiamo incrementare la capacità di vedere come i fenomeni, che appaiono con un “sé” indipendente e solido siano in realtà formati da elementi di “non-sé”, cioè il prodotto di un insieme di connessioni interdipendenti. Concludendo, rendersi conto di come la mente crea la sofferenza e in quale modo produce alterazioni sui fenomeni pensati e vissuti e in che maniera la stessa mente cambia la realtà, vuol dire NON SOFFRIRE e, in secondo luogo, diventare abili nel trasformare la negatività in positività, lo squilibrio in armonia, la malattia in guarigione, cioè ottenere la Liberazione, il primo passo sul Sentiero che conduce all’Illuminazione. Buddha Shakyamuni: “… poiché vi è questo, vi è quello, apparendo quello, questo appare, cessando quello, questo cessa…”