Nel sentiero del Grande Veicolo (sanscrito: Mahayana) l’addestramento spirituale dei praticanti è funzionale alla liberazione dalla propria e altrui sofferenza, con il fine ultimo di conseguire l’illuminazione a beneficio di tutti gli esseri. Con questa motivazione altruistica, definita Bodhicitta, gli aderenti al buddismo si impegnano ad attuare, nel corso dell’esistenza, il metodo delle Sei Perfezioni (sanscrito: Paramita); tali istruzioni furono insegnate, 2500 anni fa, da Buddha Shakyamuni e sono pervenute a noi tramite il lignaggio ininterrotto dei Maestri di Dharma e attraverso la diffusione e il commento dei Sutra (discorsi del Buddha).
Aderire alle Paramita consiste nell’attenersi a una serie di comportamenti virtuosi e nel contempo evitare le azioni cosiddette negative. In quest’ambito un’azione è considerata negativa quando danneggia gli esseri senzienti, senza nessun rapporto con le convenzioni sociali della cultura occidentale.
Con l’esercizio delle Sei Perfezioni, il discepolo buddista, edotto della legge di causa ed effetto e dell’interdipendenza dei fenomeni, purifica la mente dai fattori negativi disturbanti, causa di ogni sofferenza, e costruisce una solida base di “meriti” karmici che utilizzerà per proseguire sul Sentiero che conduce alla consapevolezza suprema, cioè al massimo accrescimento del potenziale umano.
Le sei attività considerate perfette, che vanno espletate con il corpo, la parola e la mente, e senza il fine di trarne una qualsiasi remunerazione, sono:

– la generosità

– l’etica

– la pazienza

– la perseveranza

– la concentrazione meditativa

– la saggezza

La generosità (sanscrito: Dāna) è indicata per prima in quanto costituisce il fondamento di qualsiasi azione illuminata; può essere materiale, ad esempio il donare cibo ad un essere affamato; può essere immateriale, e qui il campo si allarga a molti tipi di dono: della protezione, dell’amore, dell’insegnamento; infine il dono può essere anche immaginato (un tramonto, un oceano, un gioiello, etc..). Molto importanti sono le offerte, reali o immaginate, fatte con rispetto ai Tre Gioielli (Il Buddha, il Dharma e il Sangha) e al Guru (il Maestro). Nel buddismo i meriti derivanti dall’esercizio della generosità non sono proporzionalmente commisurati all’entità dell’offerta, si può infatti donare anche l’intero universo! Invece è importante l’attitudine altruistica nell’atto del donare, la mancanza di attaccamento e la relazione tra i mezzi del beneficiante e il valore del dono.
In sanscrito Śīla (pronuncia: Shila) indica la moralità, la virtù e la condotta eticamente appropriata di corpo, parola e mente; qui sono ricompresi i 5 precetti e le 10 azioni virtuose dell’etica buddista. Il campo di attuazione di Śīla implica l’abbandono degli atti negativi del corpo (ad esempio uccidere), della parola (mentire, parlare in modo sboccato, insultare, etc…) e della mente (desiderio smodato di guadagno, onori, piaceri, etc…).
Il termine Kṣanti significa pazienza, tolleranza, sopportazione, accettazione; il significato di Kṣanti è inteso diversamente dall’ambito del Cristianesimo, dove il fedele accetta per devozione quanto la regola canonica impone. Nel buddismo il praticante, estendendo la sua amorevolezza quanto più gli è possibile, crea le basi per abbattere l’emozione affliggente della rabbia, definita uno dei tre principali “veleni” della mente. Molti sono i mezzi “abili” utilizzabili per accrescere questa paramita, dall’immedesimarsi con coloro che ci procurano sofferenza al considerare come tutti gli esseri desiderino la felicità; dall’esercizio della compassione all’indagine sugli effetti della legge del karma e dell’impermanenza.

Vīrya: energia, diligenza, vigore, perseveranza. E’ l’impegno entusiastico (opposto all’apatia, allo scoraggiamento, alla pigrizia), che consiste in una diligenza gioiosa nell’applicare gli insegnamenti al fine di raggiungere la libertà interiore. Significa innanzitutto, usare energia e zelo, compiendo azioni positive (anzichè sciupare tempo in banali attività mondane) ; non stancarsi della pratica spirituale e non cadere nell’indifferenza che ce la fa rimandare di giorno in giorno; continuare con entusiasmo ad agire in modo positivo, senza la presunzione di ritenersi soddisfatti delle azioni virtuose già compiute; e, infine essere ottimisti sulla nostra capacità innata d’ottenere dei risultati positivi.
Concentrazione meditativa, contemplazione (in sanscrito: Dhyāna); è essenziale per rendere stabile la mente e progredire nel Sentiero, essere in grado di concentrarsi in maniera univoca su un oggetto o un tema prescelto.

Dhyāna è lo stato in cui la mente è mantenuta “ferma”, allontanando tutti i pensieri distraenti, le emozioni affliggenti, il torpore e l’eccitazione mentale. Vi sono molte tecniche di concentrazione meditativa: analitica, concentrativa (in tibetano: sciné, quiete mentale), tantrica. Per la scelta delle tecniche di meditazione più appropriate al proprio livello, è consigliabile affidarsi a un Maestro qualificato e autorizzato alla trasmissione del Dharma.

Conclude le Perfezioni, Prajña, la saggezza. Si tratta della consapevolezza discriminante o intelligenza discriminativa, che (allo stesso tempo) ispira e sorge dal compimento di tutte le perfezioni precedenti.Lo scopo essenziale della meditazione consiste nell’eliminazione dell’ignoranza, causa di tutte le nostre imperfezioni; ora, la saggezza è appunto l’opposto dell’ignoranza. La saggezza può essere: comune (quella che utilizziamo nella vita quotidiana); non comune (applicata a tutti gli aspetti del Dharma: l’impermanenza, la sofferenza, l’assenza di un ego e la vacuità dei fenomeni).

In conclusione, con le prime cinque Perfezioni si accumulano meriti e con la sesta si accumula conoscenza.
Le due accumulazioni sono le cause per ottenere un corpo umano pienamente qualificato, sviluppare la mente e diventare un essere completamente risvegliato, un Buddha.